venerdì 5 settembre 2008

Luton, Siberia

Articolo apparso ieri su Goal.com. In realtà sul sito mi hanno cambiato il titolo, qui provo a mantenere quello che avevo scelto io...

Di questi tempi i tifosi del Luton Town, squadra dell’omonima cittadina alle porte di Londra, stanno vivendo un incubo che sembra non avere mai fine. Eppure solo poco più di due anni fa il club si ritrovava a disputare non senza qualche ambizione la Championship, ovvero la Serie B inglese, tanto che il 26 ottobre un sonante 5-1 rifilato al Leeds United lo issò fino al quinto posto in classifica. Poi la crisi finanziaria che attanaglia da anni gli Hatters ha costretto la dirigenza a vendere i giocatori più di valore e a puntare forte su giovani inesperti e qualche vecchio marpione raccattato qua e là a parametro zero. Risultato: due retrocessioni in altrettante stagioni, l’ultima causata anche da una penalizzazione di 10 punti scattata in automatico per essere entrati in amministrazione controllata. Insomma, una compagine che negli anni Ottanta era di casa nell’allora First Division (famoso il suo campo in sintetico tra il 1985 e il 1991) e che nel 1988 si levava l’enorme soddisfazione di vincere una Coppa di Lega sconfiggendo in finale per 3-2 niente meno che l’Arsenal, si ritrova adesso ai margini del calcio professionistico inglese. Ma non è finita qui. Dopo quattro giornate di campionato il Luton è ultimo in classifica a -23 punti. Colpa dell’ennesimo provvedimento draconiano preso nei confronti degli Hatters (i cappellai) dalle autorità calcistiche inglesi. Il 9 agosto, giorno dell’esordio in League Two contro il Port Vale, la classifica del Luton partiva addirittura da un “siberiano” -30, 20 punti in meno per le solite irregolarità amministrative a cui se ne aggiungevano altri 10 per la violazione della normativa federale sulle trattative con gli agenti.

Se tale severità fosse applicata anche in Italia, non oseremmo pensare dove sarebbero ora alcuni club nostrani. Però a essere onesti, e a rileggersi un po’ di notizie di poco più di un anno fa, c’è da dire che anche in Inghilterra alle grandi qualche volta viene riservato un trattamento di favore. Almeno così la pensano i sostenitori dello Sheffield United, che nel 2006-07 speravano che il loro team potesse mantenere lo status di Premier League team perso sul campo grazie alla penalizzazione inflitta ai diretti rivali del West Ham, colpevoli di aver fatto un po’ di imbrogli per mettere sotto contratto l’Apache Carlitos Tevez. Gli Irons se la cavarono con una multa salata – sei milioni di sterline – ma nessun punto in meno in classifica. Un precedente scomodo, molto indigesto sia per la compagine dello Yorkshire che per il Luton, che si sente ingiustamente perseguitato e vittima di una sorta di accanimento giudiziario.
Ma questa storia induce anche ad altre riflessioni. Il divario tra i ricconi della Premier – dove adesso sono atterrati anche gli Arabi, per la gioia degli Oasis – e il resto del football professionistico inglese è ormai paragonabile alla fossa delle Marianne. Nelle divisioni minori in tante se la passano male, vuoi perché i soldi sono molti, ma molti di meno, vuoi perché il miraggio di un posto tra le venti formazioni di elite porta a fare investimenti folli che troppo spesso si rivelano infruttuosi. E i meno10 dieci in classifica fioccano come la neve sull’Everest (vedi Leeds lo scorso anno o Bournemouth e Rotherham sempre in League Two in questa stagione). Ma la cattiva amministrazione a volte è dettata da puri intenti di speculazione economica. I tifosi degli Hatters si chiedono come sia possibile che dopo aver raccolto quasi 20 milioni di euro dalla vendita dei propri gioielli, il Luton si sia trovato ancora in difficoltà finanziarie. Intanto all’orizzonte sembra esserci un timido raggio di sole, rappresentato dal consorzio che ha rilevato la società e che per il momento sembra aver imboccato la giusta strada a livello gestionale. In bocca al lupo!

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