Doveva essere il mercato di Fernando Torres, di Zlatan Ibrahimovic e Cesc Fabregas, alla fine è stato quello di Mario Balotelli e Rafael Van der Vaart. Ma il dato di fatto incontrovertibile è che, Manchester City a parte, non si è assistito alla girandola di operazione a cui soprattutto le grandi ci avevano abituati negli anni passati. Colpa dei tanti debiti che gravano sulle superpotenze della Premier, delle nuove regole nazionali e internazionali già in vigore o di prossima applicazione (le norme stabilite dall’Uefa entreranno in vigore nel 2012) e, chissà, di un ritrovato senso della misura che certo non guasta, specialmente in tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando.
Certo, i Light Blues di Eastlands fanno discorso a sé. Un po’ come Roman Abramovich, lo sceicco Al Mansour ha comprato il City per una questione di visibilità e, forse, per la passione che nutre per il calcio, non per fare una speculazione e assicurarsi liquidità come i Glazer o il duo Gillett & Hicks. Spendere quasi 200 milioni di euro per uno che ha un patrimonio familiare come il suo (parliamo di trilioni di dollari) è un gioco da ragazzi, e con il fair play finanziario che incombe è meglio comprare tutto il possibile finché si può (tanto che c’era più di un’idea di portare Ibrahimovic nel Lancashire). I vari Balotelli, Milner, Touré, Silva, Boateng e Kolarov sono una bella iniezione di forze fresche in una rosa che però continua a essere troppo affollata. Le partenze non sono state molte (Bellamy e Robinho, che comunque erano già ai margini della prima squadra) e gli scontenti ancora parecchi (Given e Adebayor in primis). Le prime difficoltà in campionato potrebbero contribuire a rendere lo spogliatoio una polveriera. I Citizens devono subito risollevarsi dallo scivolone di Sunderland, altrimenti sono dolori.
Manchester United e Chelsea hanno comprato poco, con la differenza che i Blues non sono riusciti a mettere la mani su Silva, Neymar e Torres. Un flop inatteso, per chi aveva fatto la bocca a condurre in porto con facilità tutte le operazioni di mercato. Il nazionale brasiliano Ramires rinforza e dona fantasia a un centrocampo dove l’addio di Ballack non ha lasciato grandi rimpianti. Forse la difesa, persi Belletti e Carvalho, andava puntellata, ma tant’è, Carlo Ancelotti appare soddisfatto con l’esistente – e non sapremmo come dargli torto. All’Old Trafford Ferguson si ritrova una certa abbondanza in attacco con i nuovi arrivi Hernandez e Bebé. Curiosa la storia del portoghese, pare che il tecnico scozzese non l’abbia praticamente mai visto giocare, ma si sia fidato ciecamente dei consigli del suo amicone ed ex vice Carlo Queiroz. Costato poco più di 8 milioni di euro, la stella dei mondiali dei senza tetto si poteva comprare lo scorso gennaio a poco più di 100mila euro. Stranezze del mercato!
Arsene Wenger ha rimpolpato la colonia francese dell’Arsenal (toh, che novità!) prelevando un centravanti puro (Chamakh, per la precisione un franco-marocchino) che da anni mancava all’attacco dei Gunners e sostituendo i partenti Silvestre e Gallas con Squillaci e Koscielny. Il grande colpo in realtà è stata la permanenza (chissà ancora per quanto, però) di Cesc Fabregas. Everton e Aston Villa sono state bloccate dalle rispettive ristrettezze economiche, che continuano a minare il loro definitivo salto di qualità. Una situazione non più sostenibile, almeno dal punto di vista del transfuga Martin O’Neill.
Interessanti invece i numerosi movimenti del Liverpool. Roy Hodgson sta provando a dare un’impronta più british alla squadra, reduce dalla fastidiosa querelle Mascherano. Oltre a Cole e Konchesky, sono nati nel Regno Unito anche Shelvey e Wilson, due prospetti di sicuro interesse, specialmente il primo che ha ben impressionato al Charlton. Peccato che mister Roy non abbia voluto dare una seconda chance ad Aquilani, molto rimpianto dai tifosi dei Reds.
Uno dei migliori acquisti del mercato inglese lo ha centrato il Tottenham. Van der Vaart è un ottimo giocatore, costato relativamente poco (9,5 milioni di euro). E poi gli ultimi olandesi svenduti dal Real (Snejder e Robben) sappiamo tutti come si sono comportati altrove.
Il resto del lotto si è barcamenato tra prestiti e parametri zero (le soluzioni predilette dal neo-promosso Blackpool) con l’unica eccezione del Sunderland. I Black Cats hanno stabilito il loro record di tutti i tempi per assicurarsi i servigi del ghanese Asamoah Gyan, una delle rivelazioni degli ultimi Mondiali. Potrebbe essere lui uno dei veri colpi di un mercato poco scoppiettante. Occhio anche al belga ex AZ Alkmaar Dembelé, un centravanti tutto tecnica e corsa per i londinesi del Fulham.
Scritto per Goal.com
UK Footy
Articoli, curiosità e riflessioni sul football dei Maestri
venerdì 3 settembre 2010
martedì 31 agosto 2010
Calamity James
Dopo aver visto i due gol rimediati sabato dall'ex portiere della nazionale - e di un'infinità di squadre inglesi - nella partita che il Bristol City ha perso a Ipswich, penso sempre di più che il buon David farebbe meglio ad appendere le scarpe al chiodo. Largo ai giovani, sperando che siano validi...
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lunedì 30 agosto 2010
Premier, ecco le prime sorprese: cadono City e Spurs
Nella settimana degli adii alla Premier di Alberto Aquilani e Alessandro Diamanti, la giornata di campionato si rivela molto amara per altri due italiani: Roberto Mancini e Carlo Cudicini. Le loro squadre incassano dei brutti e inaspettati rovesci, a parziale smentita della supposta mancanza di equilibrio e di sorprese in un inizio stagione che era stato caratterizzato quasi solo da fragorose goleade.
Il Manchester City rimedia la prima sconfitta stagionale sul campo di un Sunderland imbottito di ex United (l’allenatore Steve Bruce, Phil Bardsley, Kieran Richardson, Frazier Campbell e Danny Welbek). Brutta la partita, soprattutto nel secondo tempo, dei Light Blues, ancora con il solo Carlitos Tevez in avanti. Proprio l’Apache nei primi 45 minuti commette l’errore dell’anno, sbagliando un gol facile facile a porta ormai incustodita. Ora per al Mancio si propongono alcuni interrogativi di fondamentale importanza, tra cui quello se impiegare o meno un secondo attaccante. I dilemmi vanno risolti presto, il distacco dalla vetta è già di cinque punti e, a seguito della sua faraonica campagna acquisti, dal City è più che lecito aspettarsi molto di più.
Il terribile incidente in moto occorsogli 10 mesi fa sembrava averne chiuso anzitempo la carriera, e invece sabato Cudicini è tornato a difendere la porta del Tottenham dal primo minuto, anche a causa dell’infortunio del titolare Aurelho Gomes. Purtroppo per lui è stato protagonista in negativo con una mezza papera sul gol del colombiano Hugo Rodallega del clamoroso stop interno degli Spurs al cospetto del Wigan. Sì, proprio i Latics, quelli che l’anno scorso al White Hart Lane avevano subito un umiliante 1-9 e che nelle prime due partite del 2010-11 avevano incassato la bellezza di 10 gol senza segnarne nemmeno uno…
Red Devils e Blues se la sono vista che i fanalini di coda del campionato e, come previsto, non hanno incontrato particolari difficoltà. L’unica nota stonata per la compagine allenata da Carlo Ancelotti è stato l’infortunio a Frank Lampard – che ha pure sbagliato il suo terzo rigore sugli ultimi trenta tirati – costretto così a saltare anche gli incombenti impegni in nazionale. Nulla di troppo serio, però, e quindi allo Stamford Bridge ci si può godere il quarto gol in Premier sia di Florent Malouda che di Didier Drogba. Contro il solito, deludente West Ham (che bella però la maglia da trasferta, che fa molto bei tempi che furono!) il Manchester United ritrova il gol di Wayne Rooney, a secco da marzo, e si stropiccia gli occhi per l’ennesima bella prestazione di Dimitar Berbatov. Che l’arrivo del Chicharito Hernandez e la crescita di Chico Macheda abbiano fatto bene al bulgaro, “ispirato” dalla maggiore concorrenza in attacco?
Per l’Arsenal ancora sugli scudi Theo Walcott, che ha aperto lo score all’Ewood Park di Blackburn, dove lo scorso anno i Gunners erano usciti con le ossa rotte (finì 2-1 per i padroni di casa). Nel complesso meritato il successo della formazione di Arsene Wenger, che in settimana aveva alimentato una discreta polemica nei confronti dei Rovers e del loro allenatore Sam Allardyce, accusandoli di praticare una sorta di calcio-rugby, mettendo i suoi giocatori in guardia da possibili interventi al di sopra delle righe da parte degli avversari. Per la serie, le schermaglie dialettiche non sono un’esclusiva solo di Josè Mourinho o di qualche allenatore nostrano.
Il Manchester City rimedia la prima sconfitta stagionale sul campo di un Sunderland imbottito di ex United (l’allenatore Steve Bruce, Phil Bardsley, Kieran Richardson, Frazier Campbell e Danny Welbek). Brutta la partita, soprattutto nel secondo tempo, dei Light Blues, ancora con il solo Carlitos Tevez in avanti. Proprio l’Apache nei primi 45 minuti commette l’errore dell’anno, sbagliando un gol facile facile a porta ormai incustodita. Ora per al Mancio si propongono alcuni interrogativi di fondamentale importanza, tra cui quello se impiegare o meno un secondo attaccante. I dilemmi vanno risolti presto, il distacco dalla vetta è già di cinque punti e, a seguito della sua faraonica campagna acquisti, dal City è più che lecito aspettarsi molto di più.
Il terribile incidente in moto occorsogli 10 mesi fa sembrava averne chiuso anzitempo la carriera, e invece sabato Cudicini è tornato a difendere la porta del Tottenham dal primo minuto, anche a causa dell’infortunio del titolare Aurelho Gomes. Purtroppo per lui è stato protagonista in negativo con una mezza papera sul gol del colombiano Hugo Rodallega del clamoroso stop interno degli Spurs al cospetto del Wigan. Sì, proprio i Latics, quelli che l’anno scorso al White Hart Lane avevano subito un umiliante 1-9 e che nelle prime due partite del 2010-11 avevano incassato la bellezza di 10 gol senza segnarne nemmeno uno…
Red Devils e Blues se la sono vista che i fanalini di coda del campionato e, come previsto, non hanno incontrato particolari difficoltà. L’unica nota stonata per la compagine allenata da Carlo Ancelotti è stato l’infortunio a Frank Lampard – che ha pure sbagliato il suo terzo rigore sugli ultimi trenta tirati – costretto così a saltare anche gli incombenti impegni in nazionale. Nulla di troppo serio, però, e quindi allo Stamford Bridge ci si può godere il quarto gol in Premier sia di Florent Malouda che di Didier Drogba. Contro il solito, deludente West Ham (che bella però la maglia da trasferta, che fa molto bei tempi che furono!) il Manchester United ritrova il gol di Wayne Rooney, a secco da marzo, e si stropiccia gli occhi per l’ennesima bella prestazione di Dimitar Berbatov. Che l’arrivo del Chicharito Hernandez e la crescita di Chico Macheda abbiano fatto bene al bulgaro, “ispirato” dalla maggiore concorrenza in attacco?
Per l’Arsenal ancora sugli scudi Theo Walcott, che ha aperto lo score all’Ewood Park di Blackburn, dove lo scorso anno i Gunners erano usciti con le ossa rotte (finì 2-1 per i padroni di casa). Nel complesso meritato il successo della formazione di Arsene Wenger, che in settimana aveva alimentato una discreta polemica nei confronti dei Rovers e del loro allenatore Sam Allardyce, accusandoli di praticare una sorta di calcio-rugby, mettendo i suoi giocatori in guardia da possibili interventi al di sopra delle righe da parte degli avversari. Per la serie, le schermaglie dialettiche non sono un’esclusiva solo di Josè Mourinho o di qualche allenatore nostrano.
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venerdì 27 agosto 2010
Il flop del calcio scozzese
I club come la nazionale, se possibile anche peggio. Per il fitba, come chiamano il calcio a Nord del Vallo di Adriano, sono giorni da incubo. I turni preliminari delle coppe hanno solo fornito un’ulteriore certificazione del pessimo stato di salute di cui gode il movimento scozzese. Dopo l’Hibernian, eliminata a inizio agosto, ieri sono naufragate anche Celtic, Dundee United e Motherwell. Gli Hoops, già sbattuti fuori in malo modo dal Braga nelle gare di qualificazione per la Champions League, sono riusciti nella malaugurata impresa di sciupare i due gol di vantaggio segnati all’andata per farsi poi travolgere dagli olandesi dell’Utrecht. Neil Lennon, il manager del club del Parkhead, aveva avvertito che i suoi in trasferta rendono meno che in casa, ma francamente nessuno si aspettava un tracollo di quelle proporzioni. Gli unici supersiti del manipolo di team della SPL sono i Rangers, attesi da un girone di Champions molto difficile contro Manchester United, Valencia e Bursaspor. Ci sono inoltre preoccupazioni per la trasferta all’Old Trafford, visto che per la finale dell’allora Coppa Uefa nel 2008 proprio a Manchester i supporter dei Light Blues – accorsi in massa, erano oltre 200mila – furono protagonisti di alcuni disdicevoli incidenti. Quel match, perso contro i russi dello Zenit San Pietroburgo, è stato una sorta di canto del cigno per il calcio scozzese, che in precedenza aveva potuto contare sulle belle prestazioni del Celtic e qualche acuto isolato delle piccole – parliamo ovviamente dell’ultimo decennio, se allargassimo il discorso al passato ci sarebbero da narrare alcune imprese memorabili.
La crisi è tecnica – non si vedono all’orizzonte i nuovi Kenny Dalglish e Graeme Souness – ma anche finanziaria. I Rangers, vincitori un po’ a sorpresa delle ultime due edizioni del campionato, sono oberati dai debiti e rimpiangono i radiosi anni Novanta, quando Gazza Gascoigne faceva impazzire il pubblico di Ibrox con le sue giocate e le sue mattane. Le casse dei Celtic stanno decisamente meglio, soprattutto dopo aver venduto Aiden McGeady allo Spartak Mosca per oltre 12 milioni di euro, però sul campo le cose vanno lo stesso piuttosto male. Chissà se la girandola di giocatori ceduti e acquistati potrà risollevare le sorti dei biancoverdi, deboli soprattutto in difesa. Come visto, l’inizio di stagione a livello europeo è stato tragico e del tutto simile a quello dello scorso anno. Lennon, cattolico nordirlandese ed ex capitano idolo dei tifosi, saprà fare meglio di Tony Mowbray, uno che per la verità al Parkhead ha fatto più danni della gramigna?
Nel frattempo le due protagoniste dell’Old Firm stanno discutendo insieme alle altre 10 compagini della Scottish Premier League come introdurre delle riforme in grado di rivitalizzare un campionato sempre meno avvincente. Problema annoso, quello del format, tanto che in Scozia spesso si è data una belle rimischiata alle varie divisioni. A non piacere attualmente è la spaccatura tra le prime sei e le ultime sei dopo i primi tre gironi del campionato. In questo modo le “piccole” giocano tra loro nel quarto girone e perdono un incasso con Celtic e Rangers. Ma il sistema non fa impazzire troppo nemmeno a Sky e ESPN, detentrici dei diritti televisivi fino al 2014, accorse al capezzale del football scozzese dopo il fallimento della Setanta Sport. Si parla di una SPL1 e di una SPL2 entrambe a dieci squadre, di un unica lega a 16 team e dei play off a fine campionato, con quest’ultima soluzione che è di gradimento a molti. Entro qualche mese si dovrebbe sapere l’esito della consultazione in atto. Certo, per dare un po’ di entusiasmo a un ambiente già abbastanza depresso non sarebbe male se la nazionale guidata da Craig Levein riuscisse a centrare qualche buon risultato. Ma anche su quel fronte – vedi lo 0-3 rimediato di recente in Svezia – non c’è molto da essere ottimisti…
La crisi è tecnica – non si vedono all’orizzonte i nuovi Kenny Dalglish e Graeme Souness – ma anche finanziaria. I Rangers, vincitori un po’ a sorpresa delle ultime due edizioni del campionato, sono oberati dai debiti e rimpiangono i radiosi anni Novanta, quando Gazza Gascoigne faceva impazzire il pubblico di Ibrox con le sue giocate e le sue mattane. Le casse dei Celtic stanno decisamente meglio, soprattutto dopo aver venduto Aiden McGeady allo Spartak Mosca per oltre 12 milioni di euro, però sul campo le cose vanno lo stesso piuttosto male. Chissà se la girandola di giocatori ceduti e acquistati potrà risollevare le sorti dei biancoverdi, deboli soprattutto in difesa. Come visto, l’inizio di stagione a livello europeo è stato tragico e del tutto simile a quello dello scorso anno. Lennon, cattolico nordirlandese ed ex capitano idolo dei tifosi, saprà fare meglio di Tony Mowbray, uno che per la verità al Parkhead ha fatto più danni della gramigna?
Nel frattempo le due protagoniste dell’Old Firm stanno discutendo insieme alle altre 10 compagini della Scottish Premier League come introdurre delle riforme in grado di rivitalizzare un campionato sempre meno avvincente. Problema annoso, quello del format, tanto che in Scozia spesso si è data una belle rimischiata alle varie divisioni. A non piacere attualmente è la spaccatura tra le prime sei e le ultime sei dopo i primi tre gironi del campionato. In questo modo le “piccole” giocano tra loro nel quarto girone e perdono un incasso con Celtic e Rangers. Ma il sistema non fa impazzire troppo nemmeno a Sky e ESPN, detentrici dei diritti televisivi fino al 2014, accorse al capezzale del football scozzese dopo il fallimento della Setanta Sport. Si parla di una SPL1 e di una SPL2 entrambe a dieci squadre, di un unica lega a 16 team e dei play off a fine campionato, con quest’ultima soluzione che è di gradimento a molti. Entro qualche mese si dovrebbe sapere l’esito della consultazione in atto. Certo, per dare un po’ di entusiasmo a un ambiente già abbastanza depresso non sarebbe male se la nazionale guidata da Craig Levein riuscisse a centrare qualche buon risultato. Ma anche su quel fronte – vedi lo 0-3 rimediato di recente in Svezia – non c’è molto da essere ottimisti…
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martedì 24 agosto 2010
Lisbona e il lungo addio di Bicicletta
Bell'articolo sul calcio che fu, anche se non si parla solo di calcio britannico.
La foto è datata Lisbona 25 maggio 1967, scattata verosimilmente con lo zoom da fondo campo: al fischio finale, i giocatori con la maglia a strisce orizzontali e i numeri sui pantaloncini alzano le braccia in un giubilo composto, i nerazzurri invece guardano a terra: a sinistra, sconsolato e di spalle, colui che ha il numero 10 e dovrebbe essere Luisito Suarez in realtà è il biondo Mauro Bicicli che lo ha sostituito, pari al conterraneo cremonese Renato Cappellini, non lontano da lui, che invece ha giocato al posto di Jair. La foto, che rinvia mestamente al tramonto della Grande Inter nel momento in cui sancisce il trionfo dei biancoverdi del Celtic Glasgow battezzati all'istante Lisbon Lions, Leoni di Lisbona, è a pagina 60 dell'agile e utile storia del club più cattolico d'Europa, scritta a quattro mani da Luca Manes e Max Troiani , Celtic forever. You'll never walk alone (Bradipolibri, pp. 124, 14 euro) con una bella prefazione di Roberto Beccantini. Così, quel pomeriggio di luce dilagante che resta nel ricordo insieme con l'apoteosi dei ragazzi di Jock Stein (una sequenza di nomi ormai leggendari, quali Gemmell, Chalmers, Auld, Lennox e la minuscola ala destra Jimmy Johnstone detto la Pulce Volante) sottotraccia è il passo d'addio di un buon giocatore che a lungo ha onorato il calcio senza averne, dopo tutto, il debito riconoscimento. Bicicli non è un campione, tanto meno un fuoriclasse, ma incarna tuttavia il profilo del calciatore serio, affidabile, generoso. Vale a dire il giocatore, ora come allora, che permette ai campioni di rifulgere in quanto tali e a una squadra che sia grande sulla carta di esserlo anche sul campo.
Nato a Crema nel 1935, detto Bicicletta per la rapidità del gioco, Mauro Bicicli esordisce a vent'anni nell'Inter dove resta per nove stagioni, cadenzate da prestiti a Parma, Catania e Genoa, prima di passare al Vicenza e poi chiudere vicino a casa sua, al Brescia, nel '69. E' un'ala vecchio stile, portata a scattare verso il fondo e a chiudere i triangoli con un cross in area di rigore. Infaticabile, dispone di un buon tiro di destro ma segna relativamente poco, più per l'innato altruismo che per carenza tecnica: oltretutto il Mago lo impiega volentieri da mediano, a stantuffo sulla fascia, ciò che anticipa di fatto l'odierna posizione per cui l'esterno è un calciatore universale che riassume le caratteristiche sia del terzino sia dell'ala tradizionale. Insomma, ricordano i tecnici, Bicicli è un Angelo Di Livio ante litteram, di pochi gol ma taluni memorabili.
In una sua memoria, nota lo scrittore lodigiano Andrea Maietti: «Domenica 27 novembre del 1960. Era il primo anno del Mago. L'Inter aveva esordito sotterrando l'Atalanta a Bergamo per 5 a 1. A Herrera potevamo persino perdonare la sempre più palese intenzione di estromettere dalla formazione titolare Valentin Angelillo, distratto dal mal d'amore. Quella domenica a San Siro era ospite la Sampdoria. Pa' Pino era appena tornato da una battuta di caccia. Dal carniere vuoto occhieggiava la penna iridata di un fagiano tenebroso. Pa' aveva disertato per l'Inter la festa all'osteria. Al principio della ripresa l'aletta Bicicli segnò il 2 a 0: L'è brau. E' di Crema, uno dei nostri... commentò Pa', con compiaciuto sorriso». In effetti il gol è stupendo, uno slalom degno dei fuoriclasse che Bicicli ammira ed è costretto più volte a marcare da avversario, Schiaffino, Sivori, infine lo stesso Mario Corso: scappa in contropiede sulla destra, va in assolo, dribbla un paio di avversari, mette letteralmente a sedere il portiere in uscita, poi entra in porta con la palla e tutto. Dichiarerà, in una delle ultime interviste (a Livio Pedrini La Provincia, 31 gennaio 2001): «Ne facevo pochi di gol, ero laterale destro ma stavo sulla difensiva. Ne ricordo uno a San Siro, ho dribblato anche il portiere della Sampdoria, Ugo Rosin, e persino Herrera mi ha fatto i complimenti. Ma non dimenticherò mai quelli fatti ai mitici Jascin e Gilmar nelle amichevoli con Urss e Brasile».
Sono lampi improvvisi o precarie intermittenze di un atleta che ha avuto fortuna relativa pure da allenatore (Brescia, Ospitaletto, Fanfulla, Legnano) prima di spegnersi nella sua città, a soli sessantasei anni, il 22 agosto 2001, del male che si è portato via in successione tanti vecchi compagni, da Armando Picchi e Carlo Tagnin a Giacinto Facchetti. Anche a Lisbona, gli è andata come non avrebbe immaginato. Nel pieno sole, l'Inter gioca meno di un quarto d'ora, va in vantaggio con Mazzola su rigore poi si chiude nel consueto e perfetto riserbo, in attesa di colpire in contropiede. Ma la squadra è decotta, regge poco più di un tempo, perché nel secondo la veemenza offensiva del Celtic attinge il furore; di quel momento topico, scrivono Manes e Troiani: «A metà frazione Craig si fa perdonare la sciocchezza che ha provocato il penalty. Dopo aver ricevuta la palla da Murdoch, la smista subito a Gemmell, posizionato poco fuori della linea che delimita l'area di rigore. L'assist è perfetto. Il difensore degli Hoops e della nazionale scozzese scocca un tiro al volo di rara bellezza che si insacca alla destra dell'incolpevole Sarti. (...) A cinque minuti dal termine delle ostilità Murdoch spara un tiraccio in diagonale dal vertice sinistro dell'area di rigore, Chalmers si trova sulla traiettoria, a pochi metri dalla porta di Sarti, e non deve far altro che sfiorare la palla per segnare uno dei gol più facili della sua carriera».
Qui anche la partita di Bicicli va in malora. Non più giovanissimo, Herrera non soltanto gli ha dato la maglia del grande Suarez ma ha preteso navigasse nell'invaso che Gianni Brera (trasecolato, lì a Lisbona, in uno scranno dello Stadio Nazionale) ama definire il «Mare Magno del centrocampo». Impietosi, i residui filmati su internet lo mostrano fuori dal gioco come tutti i colleghi di reparto, in affanno perpetuo dietro a Johnstone, Wallace e Auld. Chiude, recupera, si prodiga, segue lo scarso fraseggio dei compagni per quel tanto che può ma gli toccano appena due o tre lanci e un tiro da fuori senza conseguenze per il portiere Simpson. Questo è dunque il suo lungo addio, quasi un congedo in effigie che riassume in allegoria il decorso di una vita che all'inizio parve promettere molto ma infine fu gelidamente avara con Mauro Bicicli da Crema, il calciatore detto Bicicletta.
Massimo Raffaeli, Manifesto del 22 agosto 2010
La foto è datata Lisbona 25 maggio 1967, scattata verosimilmente con lo zoom da fondo campo: al fischio finale, i giocatori con la maglia a strisce orizzontali e i numeri sui pantaloncini alzano le braccia in un giubilo composto, i nerazzurri invece guardano a terra: a sinistra, sconsolato e di spalle, colui che ha il numero 10 e dovrebbe essere Luisito Suarez in realtà è il biondo Mauro Bicicli che lo ha sostituito, pari al conterraneo cremonese Renato Cappellini, non lontano da lui, che invece ha giocato al posto di Jair. La foto, che rinvia mestamente al tramonto della Grande Inter nel momento in cui sancisce il trionfo dei biancoverdi del Celtic Glasgow battezzati all'istante Lisbon Lions, Leoni di Lisbona, è a pagina 60 dell'agile e utile storia del club più cattolico d'Europa, scritta a quattro mani da Luca Manes e Max Troiani , Celtic forever. You'll never walk alone (Bradipolibri, pp. 124, 14 euro) con una bella prefazione di Roberto Beccantini. Così, quel pomeriggio di luce dilagante che resta nel ricordo insieme con l'apoteosi dei ragazzi di Jock Stein (una sequenza di nomi ormai leggendari, quali Gemmell, Chalmers, Auld, Lennox e la minuscola ala destra Jimmy Johnstone detto la Pulce Volante) sottotraccia è il passo d'addio di un buon giocatore che a lungo ha onorato il calcio senza averne, dopo tutto, il debito riconoscimento. Bicicli non è un campione, tanto meno un fuoriclasse, ma incarna tuttavia il profilo del calciatore serio, affidabile, generoso. Vale a dire il giocatore, ora come allora, che permette ai campioni di rifulgere in quanto tali e a una squadra che sia grande sulla carta di esserlo anche sul campo.
Nato a Crema nel 1935, detto Bicicletta per la rapidità del gioco, Mauro Bicicli esordisce a vent'anni nell'Inter dove resta per nove stagioni, cadenzate da prestiti a Parma, Catania e Genoa, prima di passare al Vicenza e poi chiudere vicino a casa sua, al Brescia, nel '69. E' un'ala vecchio stile, portata a scattare verso il fondo e a chiudere i triangoli con un cross in area di rigore. Infaticabile, dispone di un buon tiro di destro ma segna relativamente poco, più per l'innato altruismo che per carenza tecnica: oltretutto il Mago lo impiega volentieri da mediano, a stantuffo sulla fascia, ciò che anticipa di fatto l'odierna posizione per cui l'esterno è un calciatore universale che riassume le caratteristiche sia del terzino sia dell'ala tradizionale. Insomma, ricordano i tecnici, Bicicli è un Angelo Di Livio ante litteram, di pochi gol ma taluni memorabili.
In una sua memoria, nota lo scrittore lodigiano Andrea Maietti: «Domenica 27 novembre del 1960. Era il primo anno del Mago. L'Inter aveva esordito sotterrando l'Atalanta a Bergamo per 5 a 1. A Herrera potevamo persino perdonare la sempre più palese intenzione di estromettere dalla formazione titolare Valentin Angelillo, distratto dal mal d'amore. Quella domenica a San Siro era ospite la Sampdoria. Pa' Pino era appena tornato da una battuta di caccia. Dal carniere vuoto occhieggiava la penna iridata di un fagiano tenebroso. Pa' aveva disertato per l'Inter la festa all'osteria. Al principio della ripresa l'aletta Bicicli segnò il 2 a 0: L'è brau. E' di Crema, uno dei nostri... commentò Pa', con compiaciuto sorriso». In effetti il gol è stupendo, uno slalom degno dei fuoriclasse che Bicicli ammira ed è costretto più volte a marcare da avversario, Schiaffino, Sivori, infine lo stesso Mario Corso: scappa in contropiede sulla destra, va in assolo, dribbla un paio di avversari, mette letteralmente a sedere il portiere in uscita, poi entra in porta con la palla e tutto. Dichiarerà, in una delle ultime interviste (a Livio Pedrini La Provincia, 31 gennaio 2001): «Ne facevo pochi di gol, ero laterale destro ma stavo sulla difensiva. Ne ricordo uno a San Siro, ho dribblato anche il portiere della Sampdoria, Ugo Rosin, e persino Herrera mi ha fatto i complimenti. Ma non dimenticherò mai quelli fatti ai mitici Jascin e Gilmar nelle amichevoli con Urss e Brasile».
Sono lampi improvvisi o precarie intermittenze di un atleta che ha avuto fortuna relativa pure da allenatore (Brescia, Ospitaletto, Fanfulla, Legnano) prima di spegnersi nella sua città, a soli sessantasei anni, il 22 agosto 2001, del male che si è portato via in successione tanti vecchi compagni, da Armando Picchi e Carlo Tagnin a Giacinto Facchetti. Anche a Lisbona, gli è andata come non avrebbe immaginato. Nel pieno sole, l'Inter gioca meno di un quarto d'ora, va in vantaggio con Mazzola su rigore poi si chiude nel consueto e perfetto riserbo, in attesa di colpire in contropiede. Ma la squadra è decotta, regge poco più di un tempo, perché nel secondo la veemenza offensiva del Celtic attinge il furore; di quel momento topico, scrivono Manes e Troiani: «A metà frazione Craig si fa perdonare la sciocchezza che ha provocato il penalty. Dopo aver ricevuta la palla da Murdoch, la smista subito a Gemmell, posizionato poco fuori della linea che delimita l'area di rigore. L'assist è perfetto. Il difensore degli Hoops e della nazionale scozzese scocca un tiro al volo di rara bellezza che si insacca alla destra dell'incolpevole Sarti. (...) A cinque minuti dal termine delle ostilità Murdoch spara un tiraccio in diagonale dal vertice sinistro dell'area di rigore, Chalmers si trova sulla traiettoria, a pochi metri dalla porta di Sarti, e non deve far altro che sfiorare la palla per segnare uno dei gol più facili della sua carriera».
Qui anche la partita di Bicicli va in malora. Non più giovanissimo, Herrera non soltanto gli ha dato la maglia del grande Suarez ma ha preteso navigasse nell'invaso che Gianni Brera (trasecolato, lì a Lisbona, in uno scranno dello Stadio Nazionale) ama definire il «Mare Magno del centrocampo». Impietosi, i residui filmati su internet lo mostrano fuori dal gioco come tutti i colleghi di reparto, in affanno perpetuo dietro a Johnstone, Wallace e Auld. Chiude, recupera, si prodiga, segue lo scarso fraseggio dei compagni per quel tanto che può ma gli toccano appena due o tre lanci e un tiro da fuori senza conseguenze per il portiere Simpson. Questo è dunque il suo lungo addio, quasi un congedo in effigie che riassume in allegoria il decorso di una vita che all'inizio parve promettere molto ma infine fu gelidamente avara con Mauro Bicicli da Crema, il calciatore detto Bicicletta.
Massimo Raffaeli, Manifesto del 22 agosto 2010
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lunedì 23 agosto 2010
Nella giornata delle goleade il Chelsea rimane già solo
Tre 6-0 nella stessa giornata non si erano mai visti in Premier. Frutto di un divario crescente tra le grandi e le piccole? La scontata conseguenza di una vera e propria fossa delle Marianne tra chi ha tanti campioni e chi solo qualche onesto lavoratore del pallone? Che Chelsea e Arsenal siano nettamente più forti delle loro povere vittime dello scorso sabato, Wigan e Blackpool, è evidente agli occhi di tutti. Proprio i Latics ne beccarono addirittura otto nella gara che laureò i Blues campioni d’Inghilterra 2009-10, per cui non deve stupire che questa volta Kirkland e compagni abbiano subito “solo” sei reti. Eppure proprio il Wigan fu capace di battere per 2-1 la compagine allenata da Carlo Ancelotti nella prima parte dello scorso campionato, così come va detto che nell’ultima campagna le grandi hanno perso più partite e punti (anche contro le cosiddette piccole) di quanto capitato negli anni precedenti. Basta pensare che il neopromosso Newcastle dello scatenato centravanti Andy Carroll ha giocato a tennis con una squadra che disputa l’Europa League come l’Aston Villa e aver dato un’occhiata all’ottima prova del Fulham contro il Manchester United nel posticipo domenicale per rendersi conto che forse il discorso dell’eccessivo squilibrio del campionato non è corretto al cento per cento. I Cottagers vengono da un dodicesimo posto nella passata stagione, ma nei due ultimi scontri diretti al Craven Cottage avevano sempre sonoramente battuto i Red Devils. Certo, se non fosse stato per il rigore sciupato da Nani e un calo di concentrazione nei secondi finali, ora lo United sarebbe a pari punti con la capolista Chelsea.
Gli uomini copertina delle due rivali del Nuovo Millennio sono Paul Scholes da una parte e i francesi Malouda & Anelka dall’altra. Al primo non devono aver fatto né caldo né freddo le dichiarazioni di Arsene Wenger, che in settimana lo aveva definito un “ottimo giocatore, ma non proprio corretto”, sui secondi, soprattutto sul plurisqualificato numero 39 dei Blues, non hanno pesato troppo i fastidiosi strascichi del Mondiale.
A proposito di francesi (almeno di nascita), ha faticato non poco ma poi è riuscito a segnare il suo primo gol inglese anche Marouane Chamakh, il centravanti classico (e bravo di testa) che Wenger non aveva praticamente mai avuto nei suoi primi tre lustri a Londra Nord. Ad affossare il povero Blackpool ci ha però pensato un Theo Walcott in forma strepitosa e autore della prima tripletta in maglia biancorossa. L’ultima volta che i Seasiders avevano incontrato l’Arsenal in campionato fu nel marzo del 1971. Si giocava ancora a Highbury e i Gunners di Charlie George e Franck McLintock si imposero per 1-0, finendo per vincere il loro primo, storico, double. Che sia di buon auspicio?
Niente esordio di Super Mario al City of Manchester, dove i Light Blues schiantano il Liverpool del transfuga Javier Mascherano. Se da una parte la fase offensiva dei ragazzi di Roberto Mancini manca ancora di un pizzico di fluidità (ma tre gol non sono pochi…), quella difensiva è già ai limiti della perfezione. Joe Hart si conferma in stato di grazia, mentre il nuovo arrivato James Milner giustifica gli oltre 25 milioni di euro spesi per garantirsi le sue prestazioni con una gara efficacissima. Il Liverpool perde a Eastlands dopo cinque anni e non può far altro che sperare che Fernando Torres ritorni presto in forma. Cinque punti di distacco dalla vetta sono già tantissimi, ma forse è meglio preoccuparsi della corsa al quarto posto.
Ultima menzione per il gol più bello e quello più fortunoso della giornata. Li ha realizzati entrambi Gareth Bale nell’importante vittoria del suo Tottenham sull’ostico campo dello Stoke. Viste le sue prestazioni nel 2010, il gallese è sulla rampa di lancio per diventare una stella di valore mondiale.
Gli uomini copertina delle due rivali del Nuovo Millennio sono Paul Scholes da una parte e i francesi Malouda & Anelka dall’altra. Al primo non devono aver fatto né caldo né freddo le dichiarazioni di Arsene Wenger, che in settimana lo aveva definito un “ottimo giocatore, ma non proprio corretto”, sui secondi, soprattutto sul plurisqualificato numero 39 dei Blues, non hanno pesato troppo i fastidiosi strascichi del Mondiale.
A proposito di francesi (almeno di nascita), ha faticato non poco ma poi è riuscito a segnare il suo primo gol inglese anche Marouane Chamakh, il centravanti classico (e bravo di testa) che Wenger non aveva praticamente mai avuto nei suoi primi tre lustri a Londra Nord. Ad affossare il povero Blackpool ci ha però pensato un Theo Walcott in forma strepitosa e autore della prima tripletta in maglia biancorossa. L’ultima volta che i Seasiders avevano incontrato l’Arsenal in campionato fu nel marzo del 1971. Si giocava ancora a Highbury e i Gunners di Charlie George e Franck McLintock si imposero per 1-0, finendo per vincere il loro primo, storico, double. Che sia di buon auspicio?
Niente esordio di Super Mario al City of Manchester, dove i Light Blues schiantano il Liverpool del transfuga Javier Mascherano. Se da una parte la fase offensiva dei ragazzi di Roberto Mancini manca ancora di un pizzico di fluidità (ma tre gol non sono pochi…), quella difensiva è già ai limiti della perfezione. Joe Hart si conferma in stato di grazia, mentre il nuovo arrivato James Milner giustifica gli oltre 25 milioni di euro spesi per garantirsi le sue prestazioni con una gara efficacissima. Il Liverpool perde a Eastlands dopo cinque anni e non può far altro che sperare che Fernando Torres ritorni presto in forma. Cinque punti di distacco dalla vetta sono già tantissimi, ma forse è meglio preoccuparsi della corsa al quarto posto.
Ultima menzione per il gol più bello e quello più fortunoso della giornata. Li ha realizzati entrambi Gareth Bale nell’importante vittoria del suo Tottenham sull’ostico campo dello Stoke. Viste le sue prestazioni nel 2010, il gallese è sulla rampa di lancio per diventare una stella di valore mondiale.
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giovedì 19 agosto 2010
Maglie varicellose
La scorsa serata, guardando l'orribile maglia del Werder Brema, mi è rivenuto alla mente l'altrettanto terribile completo indossato dal Norwich City all'inizio degli anni Novanta. Cliccare sul titolo del post per credere.
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lunedì 16 agosto 2010
Le riflessioni sulla prima di Premier scritte per Goal.com
In una prima giornata di Premier ricca di spunti, per una volta a fare notizia non sono (solo) le solite note, ma una delle neopromosse meno considerate dell’ultimo decennio: il Blackpool. I Seasiders hanno festeggiato il loro ritorno nella massima divisione inglese dopo 39 anni di assenza (nel 1970-71 chiusero ultimi con sole 4 vittorie in 42 partite) umiliando il Wigan a domicilio. In evidenza con una doppietta Marlon Harewood, uno degli ultimi arrivati di una campagna acquisti vivacizzatasi solo nell’ultima settimana. L’ex Villa e West Ham non è di quelli dotati di una tecnica sopraffina, ma potrebbe dare maggior peso all’attacco della squadra di Ian Holloway, il manager “mattacchione” che continua a vivere un sogno meraviglioso. È vero, il Wigan l’anno scorso ne ha beccati otto dal Chelsea e nove dal Tottenham ed è tra le compagini a rischio retrocessione anche quest’anno, così come il ricordo del fuoco di paglia del Burnley è fin troppo vivo nella memoria di tutti gli appassionati del Beautiful Game, però non rammentatelo ai tifosi del Blackpool, che adesso si godono un’effimera vetta in Premier e l’ultima posizione degli odiati rivali del Preston in Championship.
A proposito di goleade, i campioni del Chelsea inanellano la nona vittoria consecutiva nelle gare d’esordio in campionato “scherzando” con il West Bromwich Albion. Il derby tra Carlo Ancelotti e Roberto Di Matteo (uno che in campo ha fatto la storia dei Blues) dura una manciata di minuti, finché Scott Carson combina il primo dei suoi errori di giornata e Florent Malouda apre le danze. I migliori in campo finiscono per essere Didier Drogba (tripletta per lui) e Frankie Lampard, ovvero due che, viste le condizioni fisiche non ottimali, erano stati in dubbio fino all’immediata vigilia. Insomma, la ricomparsa dei Baggies in Premier è stato quanto mai traumatico…
Dopo aver imperversato per tutta l’estate con le sue costose operazioni di mercato, il Manchester City “buca” la prima al White Hart Lane, rivincita della sfida decisiva per il quarto posto vinta dagli Spurs lo scorso aprile. I Light Blues sono un cantiere aperto, con le voci arrivi e partenze ancora da completare, però hanno giocato proprio male, specialmente il primo tempo. Se Roberto Mancini volesse vedere il bicchiere mezzo pieno, potrebbe consolarsi con il punto rimediato in trasferta contro una diretta concorrente per le parti alti della classifica e una delle bestie nere del City (undici le sconfitte rimediate nelle ultime dodici partite contro il Tottenham) e con l’ottima prestazione di Joe Hart. Il nuovo numero uno dei Tre Leoni – ma che delitto avergli preferito Robert Green contro gli Usa ai Mondiali – sembra aver definitivamente soffiato il posto a Shay Given, che alcune voci vorrebbero in partenza con destinazione Arsenal.
Rimanendo in argomento portieri, le papere più eclatanti del week end le combinano i due estremi difensori delle squadre di Liverpool, Tim Howard e Pepe Reina. Lo spagnolo campione del mondo compie una doppia frittata sull’unica azione degna di nota del neoacquisto dell’Arsenal Marouane Chamakh (da rivedere) e nega in extremis i tre punti nella prima di Roy Hodgson alla guida dei Reds. Il Liverpool ha già acquisito lo spirito combattivo del suo tecnico, come ha dimostrato il livello di gioco espresso nonostante l’inferiorità numerica patita per tutto il secondo tempo a causa della prima espulsione in carriera di Joe Cole (che incubo, il suo esordio ad Anfield Road!). Nel complesso sono piaciuti più i padroni di casa dei Gunners che, con tutte le attenuanti delle assenze pesanti di Cesc Fabregas e Robin Van Persie – entrato solo nel finale – conservano alcuni difettucci delle passate stagioni e devono ancora migliorare tanto in difesa. Lo scoppiettante 6-1 della prima dello scorso anno sempre a Liverpool – ma al Goodison Park – appare per il momento un lontano ricordo.
Nel Monday Night il Manchester United conferma quanto di buono fatto vedere nel Community Shield contro il Chelsea. All’Old Trafford, dove non vince dal 1969, il Newcastle mette in mostra solo tanta buona volontà ma nulla può contro la forza e la tecnica dei Red Devils. Ma al Theatre of Dreams a fare notizia è la prova tutta grinta e determinazione di Dimitar Berbatov. In attesa del miglior Rooney, Alex Ferguson sembra poter finalmente contare sul “desaparecido” bulgaro.
A proposito di goleade, i campioni del Chelsea inanellano la nona vittoria consecutiva nelle gare d’esordio in campionato “scherzando” con il West Bromwich Albion. Il derby tra Carlo Ancelotti e Roberto Di Matteo (uno che in campo ha fatto la storia dei Blues) dura una manciata di minuti, finché Scott Carson combina il primo dei suoi errori di giornata e Florent Malouda apre le danze. I migliori in campo finiscono per essere Didier Drogba (tripletta per lui) e Frankie Lampard, ovvero due che, viste le condizioni fisiche non ottimali, erano stati in dubbio fino all’immediata vigilia. Insomma, la ricomparsa dei Baggies in Premier è stato quanto mai traumatico…
Dopo aver imperversato per tutta l’estate con le sue costose operazioni di mercato, il Manchester City “buca” la prima al White Hart Lane, rivincita della sfida decisiva per il quarto posto vinta dagli Spurs lo scorso aprile. I Light Blues sono un cantiere aperto, con le voci arrivi e partenze ancora da completare, però hanno giocato proprio male, specialmente il primo tempo. Se Roberto Mancini volesse vedere il bicchiere mezzo pieno, potrebbe consolarsi con il punto rimediato in trasferta contro una diretta concorrente per le parti alti della classifica e una delle bestie nere del City (undici le sconfitte rimediate nelle ultime dodici partite contro il Tottenham) e con l’ottima prestazione di Joe Hart. Il nuovo numero uno dei Tre Leoni – ma che delitto avergli preferito Robert Green contro gli Usa ai Mondiali – sembra aver definitivamente soffiato il posto a Shay Given, che alcune voci vorrebbero in partenza con destinazione Arsenal.
Rimanendo in argomento portieri, le papere più eclatanti del week end le combinano i due estremi difensori delle squadre di Liverpool, Tim Howard e Pepe Reina. Lo spagnolo campione del mondo compie una doppia frittata sull’unica azione degna di nota del neoacquisto dell’Arsenal Marouane Chamakh (da rivedere) e nega in extremis i tre punti nella prima di Roy Hodgson alla guida dei Reds. Il Liverpool ha già acquisito lo spirito combattivo del suo tecnico, come ha dimostrato il livello di gioco espresso nonostante l’inferiorità numerica patita per tutto il secondo tempo a causa della prima espulsione in carriera di Joe Cole (che incubo, il suo esordio ad Anfield Road!). Nel complesso sono piaciuti più i padroni di casa dei Gunners che, con tutte le attenuanti delle assenze pesanti di Cesc Fabregas e Robin Van Persie – entrato solo nel finale – conservano alcuni difettucci delle passate stagioni e devono ancora migliorare tanto in difesa. Lo scoppiettante 6-1 della prima dello scorso anno sempre a Liverpool – ma al Goodison Park – appare per il momento un lontano ricordo.
Nel Monday Night il Manchester United conferma quanto di buono fatto vedere nel Community Shield contro il Chelsea. All’Old Trafford, dove non vince dal 1969, il Newcastle mette in mostra solo tanta buona volontà ma nulla può contro la forza e la tecnica dei Red Devils. Ma al Theatre of Dreams a fare notizia è la prova tutta grinta e determinazione di Dimitar Berbatov. In attesa del miglior Rooney, Alex Ferguson sembra poter finalmente contare sul “desaparecido” bulgaro.
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venerdì 13 agosto 2010
Giusto non giocare
A inizio stagione due rinvii nella stessa giornata sono una cosa alquanto singolare. Purtroppo in questo caso sono entrambi motivati da un evento luttuoso. Sabato MK Dons vs Southampton non si disputerà per l’improvvisa morte del proprietario dei Saints, Markus Liebherr. Dag & Red vs Exeter è stata rinviata perché in settimana si è spento il trentunenne attaccante Adam Stansfield, da tempo malato di cancro. Per la League One è stata proprio una settimana all’insegna della tristezza, di quelle da dimenticare al più presto possibile.
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giovedì 12 agosto 2010
Parafrasando Churchill
Un cartello apparso ieri in tribuna a Wembley in occasione di Inghilterra vs Ungheria recava la seguente scritta: "Never so few have given so little for so many". Ogni riferimento all'esito dei recenti Mondiali era ovviamente voluto. Per la cronaca, la famosa frase di Winston Churchill, detta a proposito della Battaglia d'Inghilterra, recitava "Never in the field of human conflict was so much owed by so many to so few".
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