mercoledì 23 aprile 2008

Due chiacchiere con Massimo Marianella

L'intervista e i boxini sono usciti sul numero di Calcio 2000 di questo mese. Scambiare due parole con Massimo Marianella è stato ovviamente un piacere, in particolare perché ho potuto constatare di persona la profonda vena nostalgica del famoso giornalista di Sky.

Quando Wenger ha acconsentito alla cessione di Henry, e più di recente ha rifiutato il ricco budget per la campagna acquisti messogli a disposizioni dai magnati proprietari, qualcuno gli ha dato del pazzo, tutti, nessuno escluso hanno scritto “The End” sui propositi di successo del club londinese. Oggi che i Gunners dominano Premiership e Champions League, in molti cercano di salire sul carro: ora il modello Arsenal trova ammiratori ovunque, anche tra i dirigenti dei nostri club più prestigiosi. Ma noi non ci accontentiamo dei manifesti programmatici e per andare a fondo e comprendere appieno cosa ci sia dietro ai successi di Wenger e dei suoi ragazzi, ci facciamo aiutare da uno che di Gunners sa tutto, ma proprio tutto. Uno di quelli che sulla vittoria dei “suoi” ragazzi a Milano, avrebbe scommesso ad occhi chiusi…

Massimo Marianella, professione telecronista sportivo, nel tempo libero tifoso dell’Arsenal. Questo potrebbe tranquillamente essere l’attacco del profilo di Wikipedia di una delle voci più conosciute del panorama televisivo sportivo, ma la definizione potrebbe essere altrettanto serenamente ribaltata. Perché, alla fine, si tratta di due passioni, entrambe vissute al limite della maniacalità. Intendiamoci, si tratta di un complimento, che non cela un tocco di sana invidia. La vittoria dell’Arsenal a Milano ha scatenato, nei migliori dei casi, la corsa all’imitazione. Se, invece, si vuol essere un po’ più maligni, si tratta di semplice e bieca strumentalizzazione: ora tutti vogliono emulare il vincente e ormai famoso “Modello Arsenal”, senza probabilmente neanche sapere cosa sia. Cos’è, dunque, questo fantomatico “Modello Arsenal”? Come nasce? Di chi è il merito? Sarebbe replicabile nel nostro paese? Tutte domande alle quali, probabilmente, nessun dirigente di calcio nostrano, neanche quelli che di recente lo hanno preso ad esempio, saprebbe rispondere. Ci pensiamo noi a dare qualche dritta a “Lor Signori”, e lo facciamo con il prezioso aiuto di Massimo Marianella, telecronista di SKY e tifosissimo dei Gunners.

Nasce prima la passione per l’Arsenal o quella per il calcio inglese?
“Difficile dirlo. Forse per i Gunners. Quando da piccolo andai per la prima volta a Londra insieme ai miei genitori rimasi colpito da nugoli di tifosi con le sciarpe bianco-rosse che avevano invaso pacificamente la metropolitana e da allora non ho smesso di tifare per il club di Londra Nord. Ricordo ancora la prima partita dell’Arsenal vista in tv: la finale di Coppa d’Inghilterra del 1978, purtroppo persa per 1-0 con l’Ipswich Town di Bobby Robson”.

La tua prima partita dal vivo?
“Un derby con il Tottenham, vinto per 3-2. Stiamo parlando della stagione 1982-83, ma non potrò mai dimenticare le sensazioni provate durante quei novanta minuti vissuti in piedi nella North Bank, la culla del tifo dell’Arsenal. Novanta minuti fatti di cori, battimani e tantissima passione”.

Parlaci un po’ dei ricordi più belli che l’Arsenal ti ha regalato in questi anni.
“”Forse ancor più dell’ormai mitico match vinto ad Anfield Road il 26 maggio 1989, reso celebre anche dalle pagine di Febbre a 90° di Nick Hornby e che riportò il titolo di campioni d’Inghilterra a Londra Nord dopo un’astinenza durata 18 anni, la partita che rammento con più piacere è la finale di FA Cup del 1979 contro il Manchester United. Quello è uno degli incontri che ha fatto la storia del calcio inglese, non solo dell’Arsenal. A dieci minuti dalla fine i Gunners vincono 2-0, ma Mc Queen e Mc Ilroy trovano i due gol che danno il pareggio allo United. Quando tutti già pregustano i supplementari, visto che manca un minuto al fischio finale, l’Arsenal si riversa sotto la porta di Bailey. Su un cross di Rix dalla fascia sinistra il portiere dei Red Devils sbaglia l’uscita e Sunderland insacca in spaccata a porta vuota. Memorabile!”.

Passiamo alle dolenti note…
“I ricordi più tristi sono legati ad alcune dolorose sconfitte patite in Europa. Il primo è senza dubbio l’insuccesso in finale di Coppa delle Coppe nel 1980 contro il Valencia. Ero convinto che avremmo vinto, venivamo dalla grande affermazione a Torino in semifinale contro la Juventus, invece la partita andò male. Si giocava nel poi tristemente noto Heysel. L’Arsenal non riuscì a imporre il suo gioco, chiudendo i tempi regolamentari ed i supplementari sullo 0-0. Ai rigori la coppa prese la via della Spagna. Due anni fa sempre una squadra iberica, il Barcellona, ha mandato all’aria il sogno della Champions League. Anche in quel caso mi ero illuso che potessimo farcela. Vincevamo 1-0 fino ad un quarto d’ora dalla fine e stavamo resistendo nonostante fossimo in dieci. Poi Eto’o e Belletti ci hanno negato la possibilità di alzare al cielo di Parigi la coppa con le orecchie...”.

Il giocatore preferito di sempre?
“Il mio idolo, e quello di tanti tifosi dell’Arsenal, è Charlie Nicholas, un attaccante genio e sregolatezza prelevato dal Celtic nel 1983. Arrivò a Highbury come una sorta di nuovo messia, tuttavia non tenne fede alle promesse. Negli anni Ottanta i Gunners ebbero tante stagioni negative, però a volte ai tifosi bastava anche una sola giocata spettacolare di Nicholas per poter tornare a casa felici, a prescindere da quale fosse il risultato finale del match. In realtà a posteriori possiamo dire che tanto era l’affetto per lo scozzese, che i fan bianco-rossi hanno dato a Nicholas più di quanto abbiano ricevuto in cambio. Poi sono molto legato a campioni del calibro di Frank Stepleton, il centravanti di mille battaglie tra il 1974 ed il 1981, Alan Sunderland e ovviamente Liam Brady, il faro del centrocampo prima del suo passaggio alla Juventus ad inizio anni Ottanta. Di recente il mio preferito è stato Thierry Henry. Come fai a non amare un campione come lui, uno con la sua tecnica?”.

Torniamo al presente: qual è la tua opinione sulla gestione Wenger, che in 11 anni ha prodotto tanto, a partire dalle tre vittorie in campionato?
“Io forse sono stato l’ultimo degli scettici ad essersi ricreduto su Wenger. Ma ora penso che sia veramente un grandissimo. Come si fa a criticarlo? E’ impossibile. E’ riuscito ad assemblare una squadra vincente e che gioca un calcio splendido puntando sui giovani. Ogni sua cessione – pensiamo a Seaman, Overmars,Vieira, Henry – è stata fatta in maniera oculata, senza lasciare alcuno spazio al romanticismo ma pensando al bene del team. Visto il rendimento fornito altrove da gente come Vieira o Henry, Wenger ci ha azzeccato in pieno. E poi quale allenatore avrebbe rinunciato a un budget di 70 milioni di sterline per rafforzare la squadra come ha fatto lui di recente sostenendo che non ce n’era bisogno, che i giocatori che aveva lo soddisfacevano in pieno? Una cosa che in Italia non potrebbe mai succedere...”.

Pensi che il cosiddetto “modello Arsenal”, di cui in tanti parlano forse a sproposito, sia replicabile in Italia?
“Da noi in pochi hanno deciso di puntare così tanto sui giovani – fanno eccezione l’Udinese ed in parte la Roma – mentre la filosofia dei Gunners è essenzialmente quella: grande cura del vivaio, con innesti continui di nuove leve che esordiscono molto presto in prima squadra”.

L’Arsenal di giocatori inglesi ne schiera pochini, fatta eccezione per Hoyte e Walcott, che sono due riserve, per il resto sono tutti stranieri...
“E’ vero, fa un po’ effetto ai tifosi di lunga data come il sottoscritto. Negli anni ottanta o ancora ad inizio anni novanta al massimo ci poteva essere un giocatore irlandese – Brady – ora ci sono francesi, spagnoli ma anche togolesi o ivoriani. E’ un po’ il segno dei tempi, del calcio globalizzato. Però secondo me rimane l’importanza di puntare sui giovani. Conviene ‘importarli’ da altri Paesi. Gli inglesi costano troppo anche se non sono campioni affermati...”.

Secondo alcuni commentatori Wenger ha un atteggiamento quasi ideologico contro i calciatori inglesi. Sei d’accordo?
“No, credo proprio di no. Forse fra quelli usciti dalle nostre giovanili l’unico che poteva rimanere era Matthew Upson, ora al West Ham. Un difensore di buone qualità, migliore dei vari Cygan e Senderos che però è stato fortemente penalizzato dagli infortuni. Non penso che lasciare andare Bentlery al Blackburn sia stato un errore così grave, al posto suo gioca gente ancora più forte”.

In molti segnalano l’Emirates Stadium tra i segreti del successo di questo Arsenal, ma è anche vero che l’atmosfera al vecchio Highbury era tutt’altra cosa rispetto a quella del nuovo impianto sorto ad Ashburton Grove…
“Sono d’accordo. Per me l’Emirates Stadium è stato uno ‘splendido errore’. Per carità, è uno stadio perfetto, ma tra ascensori, televisori al plasma ad ogni angolo, ristoranti ed altre amenità varie a volte ci si dimentica che poi dagli spalti si può anche assistere ad una partita di calcio. L’ambiente di Highbury era tutt’altra cosa. Sapevi che dalla North Bank sarebbero partiti i cori di incitamento per tutta la partita, la vicinanza con il campo da gioco era incredibile. Il nuovo stadio a livello di tifo è dispersivo, manca ancora della necessaria personalità. E, poi, rispetto alle stagioni buie degli anni ottanta, i supporter bianco-rossi si sono talmente abituati alle vittorie, che le danno quasi per scontate, così il loro sostegno ha perso un pizzico di intensità”.

Facendo due chiacchiere con numerosi supporter dell’Arsenal a Londra ho avuto l’impressione che il trasferimento alla fine sia stato accettato, in nome della maggiore comodità e soprattutto di maggiori introiti.
“Tutto vero, però io rimango nella categoria dei nostalgici. Sotto sotto tutti i fan dell’Arsenal sanno che il fantasma di Highbury continuerà ad aleggiare ancora un bel po’ anche all’Emirates. Gli stadi vecchi sono legati a mille ricordi. I nuovi necessitano di un sub-strato di storia – e anche di qualche vittoria – per poter eguagliare il fascino dei loro predecessori. No, io mi piango ancora Highbury e continuerò a farlo ancora per parecchio tempo”.

L’Arsenal è l’unica delle quattro grandi a non avere una proprietà interamente straniera. Però l’oligarca russo Alisher Usmanov sta facendo di tutto per acquisire la maggioranza delle azioni...
“La possibilità che Usmanov riesca nel suo intento c’è ed è concreta. Gli altri azionisti hanno stabilito un patto che li vincola a non cedere le loro quote, però non so quanto potranno riuscire a resistere all’insistenza del magnate russo, che già detiene il 24% delle azioni. Dobbiamo farcene una ragione, così va il calcio ai tempi della globalizzazione!”.

La recente sconfitta per 4-0 al cospetto del Manchester United, ha portato in tanti a credere una cosa inconcepibile fino a qualche tempo fa, e cioè che a Wenger la mitica FA Cup non interessi per niente. E’ così?
“Wenger ha capito appieno il significato del calcio inglese, ama i suoi valori e la sua tradizione e non ha nessuna intenzione di sminuire la Coppa d’Inghilterra. Però avendo vinto quel trofeo ben 4 volte – l’ultima ai rigori contro il Manchester United nel 2005 – ha definito una serie di priorità ed una di queste è l’Europa. Nella sua personale bacheca e in quella del club manca un trionfo in Champions League, però non credo che l’Arsenal quest’anno sia andato all’Old Trafford per il quinto turno di FA Cup con l’intenzione di perdere la partita. Si è semplicemente trovato di fronte un Manchester United in grandissima vena, che ha disputato una partita meravigliosa. In quei casi bisogna solo accettare la sconfitta ed applaudire l’avversario, nello spirito del calcio inglese”.

Chiudiamo con una battuta al volo sull’impresa di San Siro. Te l’aspettavi? A questo punto l’Arsenal può davvero puntare alla Champions League?
“Sì, adesso posso dirlo, non avevo nessun dubbio che avremmo battuto il Milan, anzi credevo avremmo vinto anche all’andata. Il ritorno purtroppo non l’ho visto perché ero a Madrid per preparare la partita della Roma, anche se sarei potuto partire il giorno stesso della partita e andare a San Siro, ma non c’è nulla che mi faccia derogare alla professionalità. Vincere la Champions ? Qualche probabilità credo ce l’abbia, ma sono convinto che sia francamente molto difficile. Sono rimaste tante squadre forti e non sarà facile”.

Sarà tifoso dell’Arsenal, avrà anche metabolizzato lo stile di vita inglese, ma la tipica superstizione all’italiana resta nel suo DNA…

Perché Gunners?
L’Arsenal nasce nel 1886 nel Sud di Londra, nei pressi dell’arsenale reale, da qui il suo nome, il simbolo e il titolo “Gunners” (tradotto in italiano suonerebbe più o meno come “Cannonieri”, ndr) affibbiato a squadra e tifosi. Prima di quella attuale cambia denominazione tre volte: Dial Square, Royal Arsenal e Woolwich Arsenal (fino al 1914). Nel 1913 arriva il trasferimento a Londra Nord, con il primo match giocato nel nuovo stadio di Highbury. Lo spostamento viene preso malissimo dai futuri acerrimi rivali del Tottenham, che accetteranno ancora con meno favore il dover far posto all’Arsenal nel primo campionato post-prima guerra mondiale nell’allora First Division a seguito di una contestata decisione della lega – “influenzata” dalle pressioni del presidente dei Gunners, Henry Norris. L’età dell’oro arriva negli anni Trenta, grazie all’allenatore Herbert Chapman. Il suo team vince cinque campionati consecutivi e due FA Cup. Chapman fa cambiare il nome della fermata della metro da Gillespie Road ad Arsenal e introduce le mitiche magliette con le maniche bianche (1934). Prima dei successi di George Graham a cavallo tra anni ottanta e novanta e quelli di Wenger negli ultimi anni, l’Arsenal raggiunse il suo primo double nel 1971. L’allenatore era Bertie Mee, l’ex fisioterapista della squadra!

Giovani e giovanissimi
Luke Freeman e Jay Simpson. Potrebbero essere loro i nuovi giovani leoni dell’Arsenal nello spazio di poche stagioni. Tanto si è detto e scritto dei vari nomi emergenti come Walcott, Bendtner e Denilson, ma alle loro spalle c’è già chi scalpita per entrare in prima squadra. Freeman è stato prelevato a gennaio dal Gillingham, compagine di League One (Serie C). Ha soli 16 anni e con il suo ex club ha disputato una manciata di partite, ma le sue doti di attaccante hanno già impressionato Wenger, tanto da convincere il tecnico alsaziano a metterlo sotto contratto. Nella partita con il Barnet dello scorso 10 novembre ha stabilito il record di più giovane esordiente in un incontro di FA Cup – all’epoca era ancora quindicenne. Anche Simpson è un attaccante. Attualmente è in prestito al Millwall (altro club di League One). A dicembre lo abbiamo visto personalmente all’opera nel secondo tempo del derby tra il Leyton Orient e i Lions. E’ velocissimo e ha un dribbling mortifero. Proviene dall’Academy dell’Arsenal. Sfonderà anche lui?

“Nuovo” e vecchio Highbury
Almeno fino al 2019 si chiamerà Emirates Stadium, in ossequio con gli accordi siglati con lo sponsor, che per i naming right sta versando nelle casse dei Gunners un totale di circa 140 milioni di euro. Soldi che hanno fatto comodo, se è vero che per mettere su il nuovo stadio ci sono voluti quasi 600 milioni. Per ripagare il prestito di oltre 350 milioni ottenuto dalla Royal Bank of Scotland l’Arsenal sta trasformando il vecchio Highbury in un complesso edilizio. A dirla tutta i Gunners, facendo leva sull’effetto nostalgia, qualche spicciolo lo ha ricavato mettendo all’asta addirittura i seggiolini e altri elementi di Highbury. Volevi una poltroncina della East Stand? Allora ti toccava sborsare una cinquantina di sterline (anche se quasi subito l’auction, come si dice in inglese, fu interrotta perché si scoprì che quelle stesse poltroncine contenevano materiale tossico). Allora perché non investire una porzione del proprio stipendio per una fetta del manto erboso? Non si è buttato via nulla: quadri, gagliardetti, addirittura l’elmetto degli operai che hanno lavorato al rifacimento della North Bank (a proposito, la placca che commemora la ricostruzione dell’epica tribuna è stata aggiudicata a 300 sterline). Per pezzi più rari e ricercati c’è gente che è arrivata a spendere oltre 500 sterline, ma fortunatamente stiamo parlando di casi limite….

1 commento:

  1. bella l'intervista al grande Marianella,peccato che ora spesso nelle telecronache l'accompagni gente che British Football mastica poco,più niente che poco.

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