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mercoledì 19 giugno 2013

Ne abbiamo abbastanza

La manifestazione dei tifosi oggi a Londra, contro la Premier affamata di denaro...

venerdì 18 gennaio 2013

I salari che non scendono mai, nemmeno ai tempi della crisi

Scritto per Slow Foot.

Il salario delle stelle del massimo campionato inglese di calcio è salito di ben il 1.500 per cento fra il 1992, anno di nascita della Premier League, e il 2012. Nello stesso periodo gli stipendi di tutti gli altri lavoratori d'oltre Manica ha fatto registrare un incremento medio del 186 per cento. A rivelarlo un recente studio del think tank britannico High Pay Centre.

Nell’attuale frangente di ristrettezze economiche, gli incrementi salariali sono inferiori alla crescita dell’inflazione. Nella prima parte del 2012 si sono attestati sul 3 per cento, a fronte di un più 3,5 per cento dei prezzi al consumo. Alcune categorie hanno dovuto sostenere sacrifici ancora più duri. La paga dei dipendenti del settore pubblico è bloccata dal 2011 e dovrebbe innalzarsi di uno striminzito un per cento nel biennio 2013-14. I calciatori, invece, non sono nemmeno stati sfiorati dal vento gelido della crisi. “I banchieri e i manager delle grandi corporation spesso fanno paragoni tra i loro stipendi e quelli dei giocatori professionisti,” ha affermato il presidente dell’High Pay Centre Nick Isles in occasione della presentazione del rapporto. “In effetti ci sono delle similarità. I compensi di tutte queste categorie sono elevati, strutturati in maniera molto complessa e spesso segreti” ha chiosato Isles.

Insomma, mentre anche nella nostra Serie A anche i club di primissimo piano fanno a gara per ridurre il tetto ingaggi, in Premier le società continuano a destinare una fetta enorme dei loro proventi alla forza lavoro in maglietta e scarpini. Adesso si raggiunge addirittura il 70 per cento del fatturato annuo, mentre nel 1997 era solo il 48 per cento. Ma ci sono anche squadre come il Manchester City che, avendo alle spalle il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti, si aggirano sul 107 per cento (praticamente guadagnano meno di quello che pagano a Balotelli e compagni). Al di là dei casi “anomali” della squadra campione d’Inghilterra e del Chelsea, con proprietà ricchissime e spendaccione, il motivo di questo status quo sta proprio nella nascita di quello che viene definito in maniera dispregiativa corporate football.

Se prima il calcio era una passione popolare visceralmente radicata soprattutto nelle comunità working class delle comunità inglesi, una volta terminata la fase più acuta dell’hooliganismo le televisioni e gli esperti di marketing lo hanno reinventato a modo loro, trasformandolo in un “prodotto” vendibile a clienti con le tasche gonfie di denaro. Siano essi società private o esponenti dell'upper class. Poco importava se gli appartenenti alle fasce meno abbienti rimanevano tagliati fuori e gli altri dovevano spesso e volentieri fare enormi sacrifici per seguire la loro squadra del cuore.

I contratti televisivi sono sempre più miliardari – si è passati da 350 milioni di sterline per le prime cinque stagioni a tre miliardi per il triennio 2013-2015 – i biglietti dei match sono schizzati alle stelle e il merchandising prospera. Prova ne sia che le fonti di guadagno dei club di Premier sono spalmate in modo equo su queste tre voci. In Italia invece senza televisione – i cui emolumenti contano per ben oltre il 60 per cento sui bilanci della squadre di Serie A e B – si chiuderebbe subito baracca e burattini.

C'è poco da fare, per vendere un prodotto sempre più appetibile servono interpreti di qualità. Occorrono campioni da attirare con contratti a tanti zeri (comprese le laute prebende per agenti e intermediari, a Londra e dintorni ancora più potenti che da noi). Per i club è una sorta di contrappasso, visto che in Inghilterra per 60 anni è esistito – incredibile dictu – il salary cap, che nel 1901 era di quattro sterline a settimana e nel suo ultimo anno di vita era arrivato a venti, premi esclusi. Poca roba, tanto che grandi campioni del calibro di John Charles, Jimmy Greaves e Gerry Hitchens appena possibile emigrarono in Italia, allora il sogno proibito dei calciatori britannici – come cambiano i tempi! Secondo le stime del sindacato di categoria, nel 1955 i giocatori percepivano in media otto sterline a settimana, tre in meno di quanto guadagnava un operaio qualificato – i cui bonus erano però inferiori.

Se non si era campioni toccava arrotondare con qualche lavoretto, anche in prospettiva futura. Il potere che i dirigenti dei club esercitavano sui giocatori era pressoché assoluto, rafforzato dalla presenza di un’altra regola, quella del retain and transfer system, che dava alla società la possibilità di trattenere un tesserato fin quando lo ritenesse utile alla causa. Al principio degli anni Sessanta i calciatori-sindacalisti riuscirono a scardinare il sistema, sebbene si sussurri che alcune società, tra cui l'Arsenal, lo abbiano tenuto in vita en travesti per altri 20 anni.

Storie quasi inconcepibili ai nostri giorni. Un'epoca in cui troppe squadre sono infarcite di campioni dal conto in banca multimilionario.

lunedì 14 gennaio 2013

Il punto sulla Premier – Tutto come prima

Nei due big match di giornata, Manchester United e Manchester City si sbarazzano di Liverpool e Arsenal.

Squillo del Chelsea, che passeggia sul difficile campo dello Stoke. Rallenta il Tottenham, fermato sullo 0-0 nel derby con il QPR. In coda si fa sempre più drammatica la situazione dell'Aston Villa, sconfitto in casa dal Southampton.

COS'E' SUCCESSO – Botta e riposta tra le due contendenti di Manchester nel ventiduesimo turno di Premier. Lo United domina per 70 minuti il Liverpool, ma nel finale rischia di subire il pareggio dopo aver perso Ashley Young e Nemanja Vidic per infortunio. Grazie al solito, immenso Robin Van Persie (salito a quota 17 reti in campionato), i Red Devils infliggono la quarta sconfitta consecutiva all'Old Trafford agli storici rivali. In casa dell'Arsenal il Manchester City non vinceva addirittura dal 1975. Tabù sfatato grazie a una solida prestazione in ogni reparto e agli errori dell'Arsenal – in primis di Arsene Wenger. Nei match del sabato, il Chelsea schianta lo Stoke e Frankie Lampard diventa il secondo marcatore più prolifico della storia del club con 194 marcature, a sole otto da Bobby Tambling. I Blues consolidano il terzo posto, anche perché alle loro spalle non vince nessuno. Pari in bianco per Tottenham ed Everton, brutta sconfitta del West Bromwich Albion a Reading. In coda il colpaccio è dei Royals, ma anche del Southampton, corsaro al Villa Park. A dirla tutta il rigore della vittoria dei Saints sul terreno di una diretta rivale per non retrocedere è stato a dir poco generoso. Al netto degli errori arbitrali, l'Aston Villa ha però confermato di vivere un orrendo periodo di forma – martedì scorso aveva perso in League Cup 3-1 con il piccolo Bradford... - e francamente ci chiediamo quanto tempo posso ancora durare in carica Paul Lambert.

IL TOP – Prova di grande orgoglio del Chelsea, reduce dalla pesante sconfitta casalinga nella semifinale di Coppa di Lega con lo Swansea e scombussolato da giorni zeppi di polemiche da parte dei tifosi contro Rafa Benitez. Al di là del cortese aiuto fornito da Jonathan Walters (addirittura due autogoal!), i Blues hanno mostrato sprazzi di bel gioco e nuovamente un Eden Hazard all'altezza della sua fama.

IL FLOP – Di recente Arsene Wenger commette qualche errore di troppo. Piazzare Laurent Koscielny (giocatore nella nostra modesta opinione tutt'altro che irresistibile) sulle tracce di Dzeko è una delle topiche più grosse prese dall'allenatore alsaziano, che da quando è all'Arsenal dopo 21 match di campionato non aveva mai raccolto così pochi punti (34). Che abbia già imboccato il viale del tramonto?

LA SORPRESA – Sotto di due reti a soli 10 minuti dal fischio finale, il Reading ha inscenato una rimonta epica, lasciando di stucco il West Bromwich. Una vittoria che per i Royals ha una doppia valenza: di natura pratica (punti d'oro che li portano a tre lunghezze dalla salvezza) e psicologica (una spinta tale su cui potranno capitalizzare nelle prossime settimane).

TOH CHI SI RIVEDE – Tornato in pianta stabile titolare dopo gli infortuni dell'ultimo periodo (e le solite papere di Robert Green), Julio Cesar ha fornito l'ennesima dimostrazione del suo grande valore nel difficile derby contro il Tottenham, impedendo in tutti i modi agli attaccanti degli Spurs di violare la sua porta.

LA CHICCA – Rickie Lambert ha segnato tutti i 31 rigori calciati per il Southampton nelle varie competizioni nazionali. Quando si dice un vero cecchino.

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI – Vedi sopra, e non solo perché Lambert non sbaglia un penalty. Con i Saints in 178 gare ha trafitto i portieri avversari ben 97 volte. Quando si dice un centravanti affidabile (anche se non più giovanissimo, visto che è classe 1982).

venerdì 11 gennaio 2013

Ancora sui biglietti dei match di Premier

Mentre la Premier League se ne lava le mani – “sono affari dei club” – in Inghilterra continua a montare la polemica sul costo esorbitante dei biglietti delle partite, i quali in alcuni casi sono molto alti anche nelle divisioni minori. Domenica i tifosi di Manchester United e Liverpool per una volta faranno fronte comune per protestare contro il caro-tagliando.

Il presidente della Football Supporters’ Federation, Malcolm Clarke, ha sottolineato come l’aumento dei proventi televisivi (per un totale che si stima in 50 miliardi di sterline fra il 2014 e il 2017) potrebbe permettere ai club di tagliare il prezzo dei biglietti, per esempio limitando quelli destinati ai fan in trasferta a non oltre 25 sterline. Certo, si potrebbe fare senza problemi, se solo le compagini di Premier la smettessero di pagare cifre spropositate – e a volte immeritate – ai giocatori (e ai loro agenti) per poi ritrovarsi con i bilanci in rosso.